ThinkRoma: la Blockchain per la tutela del Made in Italy

di Morgana Stell



Nella prima giornata di Think Roma grande attenzione è stata dedicata al tema della Blockchain: una tecnologia che offre una nuova generazione di applicazioni transazionali, che stabiliscono fiducia, trasparenza e autenticità. Uno strumento con il quale possiamo far crescere e migliorare il clima di fiducia in ogni settore del Paese, tra produttori e consumatori, tra Pubblica Amministrazione, imprese e cittadini.

Mauro Bellini, Direttore Responsabile Digital360 Group, ha introdotto la sessione sottolineando la crescente attenzione che la blockchain sta riscuotendo a livello istituzionale, con diverse iniziative governative e sovranazionali volte a regolamentarne e promuoverne lo sviluppo.

Una chiave di lettura, quest’ultima, condivisa anche da Andrea Agnello, Industries and Business Development Director di IBM, che ha evidenziato come l’interesse delle istituzioni sia un segno inequivocabile che testimonia la “maturità” di questa tecnologia, in grado di produrre valore per le aziende che ne sanno sfruttare le grandi potenzialità, e quindi per la società intera. In questo senso, ha aggiunto Agnello, la blockchain non è soltanto un registro condiviso in grado di gestire transazioni secondo un modello basato su fiducia, trasparenza e autenticità, ma diventa l’epicentro di un ecosistema, quello dell’Internet of Value, sempre più rilevante per l’intera economia.

Fabio Malosio, Blockchain Solution Leader di IBM, ha raccontato alcuni dei progetti più importanti di applicazione della blockchain che IBM sta realizzando.

Il primo è Food Trust: un progetto che nasce nel settore del food, in cui l’esigenza di mercati trasparenti e di fiducia fra produttori, distributori e consumatori è sempre più pressante. Si tratta di una necessità dei consumatori, ma anche commerciale a tutela del Made in Italy per rendere più trasparente e certificato il cibo italiano nel mondo. Proprio perché si basa sull’interazione fra soggetti diversi, IBM ha costruito un ecosistema blockchain che tenesse conto delle singole esigenze dei diversi soggetti coinvolti, a partire dal rispetto della privacy e di standard operativi neutrali. Seguendo questi principi è nato Food Trust: un registro condiviso, basato sul cloud di IBM, in grado di tracciare la filiera agroalimentare dal campo alla tavola.

IBM ha sviluppato la prima sperimentazione di Food Trust insieme a Walmart, poi si sono unite unite Unilever, Nestlè, Carrefour e centinaia di altre aziende. Oggi Food Trust è in grado di tracciare prodotti e certificazioni alimentari in diversi Paesi del mondo, ed è solo l’inizio. Food Trust è una piattaforma aperta, a disposizione per svariati attori: agricoltori, produttori, distributori, operatori della logistica, certificatori, ristoratori, consumatori. Ciascuno ha la possibilità di contribuire, e la democraticità della piattaforma avvantaggia proprio le realtà più piccole, per le quali è più difficile, altrimenti, tenere traccia dei prodotti. Food Trust è una piattaforma aperta, ma garantisce la privacy: è il data owner a decidere chi possa o non possa accedere ai dati, e i documenti possono essere caricati sulla piattaforma secondo diversi gradi di accessibilità.

Un secondo contributo, sempre in tema food, è arrivato da Filippo Briguglio, Professore dell’Università di Bologna, che proprio all’interno dell’università ha dato vita al primo centro studi accademico sull’alimentazione, Bologna Food School. Insieme a professori e ricercatori di diversi ambiti, il professor Briguglio ha messo in piedi una struttura con l’obiettivo di garantire tutela al cibo biologico, vegano e vegetariano. Ha dato vita a un tavolo comune ai player della GDO, agli organismi di controllo, ai produttori e alle associazioni di consumatori per definire insieme un disciplinare internazionale sul cibo vegano e vegetariano.

L’idea di applicare la blockchain a questo progetto è nata dalla consapevolezza che servisse un modo certo, ma semplice e collaborativo, per garantire il rispetto del disciplinare. La blockchain, in grado di tracciare la filiera insieme a test di laboratorio accurati, verifiche di parti terze, e campionamenti dei prodotti sullo scaffale. In questo modo è possibile offrire ai consumatori quella sicurezza e trasparenza della filiera che i consumatori, da molto tempo, dichiarano di considerare una priorità assoluta.

Un altro progetto interessante, TradeLens, in questo caso nel campo del commercio internazionale vede la blockchain applicata ai container. Il raggio di applicazione di questo progetto è molto ampio: basti pensare che in questo momento sono in viaggio circa 20 milioni di container in tutto il mondo, e che l’80% di tutti i beni che consumiamo transita via mare su un container.
TradeLens ha l’obiettivo di garantire trasparenza e certezza alla filiera dei beni trasportati tramite container, con una piattaforma blockchain che digitalizza i documenti di trasporto relativi ai beni. L’ecosistema di TradeLens comprende spedizionieri, trasportatori, autorità portuali, operatori dei terminal, armatori, dogane e molti altri. Cosa succederebbe se tutti potessero accedere alla stessa piattaforma cloud, su cui tracciare tutti i passaggi della filiera? È la domanda cui prova a rispondere TradeLens, che oggi conta già un centinaio di attori, con trecento nuovi candidati da portare a bordo nei prossimi mesi.

25 ottobre 2018

Morgana Stell, External Relations
@MorganaStell

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