Il 2017? Sarà l'anno della blockchain

La notizia, di queste ore, non è passata inosservata. Perché coinvolge un settore, l’alimentare, e un consorzio di aziende che hanno deciso di fare leva sulla blockchain per migliorare la trasparenza della filiera. A livello globale.

I loro nomi sono noti: ci sono giganti quali Nestlé e Walmart, e altri brand come Dole, Golden State Foods, Kroger, Tyson Foods e McCormick and Company, forse meno conosciuti al pubblico italiano ma senza dubbio di rilievo sul mercato internazionale.

È la risposta a un problema ben noto: come ridurre i problemi legati alla produzione e alla distribuzione del cibo che, a causa di inefficienze e opacità, provocano danni sociali ed economici di grande portata.

La tecnologia blockchain promette dunque di dare un significativo contributo, in questo come in altri settori d’industria. E per capirne di più ne abbiamo parlato con Enrico Cereda, a capo di IBM Italia.

L’adozione della blockchain sembra ormai in fase di accelerazione. È così?

Sì. La spinta impressa appare superiore alle attese anche in molti settori tradizionali e questo è un buon segnale per chi, come noi, crede che il 2017 sarà l’anno della blockchain. A questa tecnologia, di fatto rivoluzionaria, si guarda con interesse non solo in risposta alle sfide mosse da nuovi soggetti digitali in grado di sovvertire ruoli, regole e contesti competitivi. Indicativo è il tema della catena di approvvigionamento del cibo e della sicurezza in ogni sua fase: spesso ci dimentichiamo che le sue inefficienze hanno un forte impatto sociale. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui casi di contaminazione e, purtroppo, sull’alto numero di vittime, parlano chiaro. Tutto ciò può, e deve, essere evitato. Peraltro, il progetto di cui stiamo parlando, segue di poco meno di un anno l'annuncio della firma di un accordo tra la stessa Walmart, IBM e l’università Tsinghua di Pechino per incrementare la collaborazione sul problema in riferimento al territorio cinese. Anche in quel caso la risposta è stata individuata nella blockchain e nel suo potere di generare trasparenza a ogni passo del processo, dalla produzione alla vendita, evitando il ricorso a ispezioni fisiche e a rilevamenti di natura cartacea che peccano di vulnerabilità e inaccuratezza. Un risultato non da poco.

Proviamo ad aiutare i ‘non addetti ai lavori’. Cosa si intende con blockchain?

Partiamo di qui: in un mondo strettamente interconnesso e dominato dai dati, i paradigmi su cui poggiano transazioni di ogni tipo si stanno dimostrando inadeguati, costosi e vulnerabili. C’è quindi bisogno di un’architettura tecnologica capace di abilitare forme di scambio di beni fisici e intangibili, e del valore che ne deriva, sulla base di un meccanismo di fiducia ‘distribuita’ tra le parti. Proprio ciò che essa permette.
Ogni attore di una rete di business – l’ecosistema composto da aziende, enti regolatori, banche e intermediari di natura finanziaria – oggi fa leva su una propria ‘contabilità’, diversa per contenuto, visione e supporto tecnologico. Contabilità che fotografa parzialmente lo stato della transazione e che ha bisogno di essere continuamente aggiornata e sincronizzata. La blockchain supera tutto ciò con un approccio disruptive: quello di mettere in condivisione il ‘libro mastro’ tra i partecipanti del network - è decentrato, quindi, su una rete di computer - rendendolo visibile e replicabile. La rete non è aperta a tutti, l’accesso ai dati è controllato, la membership assicurata da chiavi pubbliche e private. Ogni pezzo di informazione digitale, raggruppata in blocchi concatenati - la blockchain, appunto - viene aggiornato in tempo reale e in tutta sicurezza.

Ciò significa che una volta ottenuto il consenso, non è più alterabile diventando quindi permanente. È corretto?

Sì, e può fare a meno sia della validazione da parte di un’autorità centrale sia del ruolo degli intermediari. Un sistema così distribuito diventa immediatamente trasparente e meritevole di fiducia. E può crescere a dismisura, tecnologicamente parlando, per rispondere sempre meglio alle esigenze del business in termini di sicurezza e privacy. Ciò ne prefigura il potere dirompente nei confronti di intere industrie la cui efficienza è oggi frenata da precisi inibitori. Le informazioni infatti sono spesso imperfette, incomplete e soggette ai rischi, non ultimi quelli legati al cybercrime. Le interazioni subiscono il peso dei costi, dei ritardi di attuazione dei processi di business e delle barriere che rendono inaccessibili i mercati. L’innovazione, infine, è minata da un certo grado di inerzia, da regole restrittive e da minacce spesso invisibili. Sciogliere i nodi di una tale complessità significa non solo diventare più produttivi ma aprire le porte a nuovi modelli di business. Per tutti.

Cosa c’è alla base di questo paradigma tecnologico?

Pochi ma fondamentali ingredienti: un mix di soluzioni innovative, i punti di forza dell’ambiente ‘open source’ e l’impegno di aziende come IBM che, in seno alla Linux Foundation con un centinaio di altre aziende, hanno dato sviluppo al progetto Hyperledger Fabric.

Quali sono i settori più dinamici, in questo momento?

Startup digitali a parte direi il settore finanziario. Prendiamo i dati emersi dall'indagine dell’Institute for Business Value di IBM, in collaborazione con l’Economist Intelligent Unit, che ha coinvolto 200 banche di 16 Paesi.
Bene, dalla survey risulta che il 91% del campione è attualmente impegnato a investire in soluzioni di blockchain. Ancora più interessante, tuttavia, il fatto che il 15% degli istituti prevedono di disporne già quest’anno e che 7 organizzazioni su 10 considerano la nuova architettura tecnologica come un mezzo per abbattere le barriere, creare innovativi modelli di business e accedere a nuovi mercati.
Avendo compreso l’imminente impatto sulle aree del core business, che si tradurrebbe in erosione della profittabilità e nel rischio concreto di una disintermediazione di ruolo, quel 15% di banche si è ritagliato un ruolo di ‘apripista’. Ecco perché sono destinate a guidare il cambiamento, e a fissare così gli standard per la massa dei nuovi utilizzatori che seguiranno nel biennio 2018-2020, e oltre.

Che tipo di problematiche indirizzano?

Le banche ‘pioniere’ identificano da un lato tre inibitori aggredibili con soluzioni di blockchain - le minacce invisibili, l’inaccessibilità ai mercati, l’informazione imperfetta - e, dall’altro, individuano i tre segmenti di business pronti a ricavare i maggiori benefici: i ‘reference data’ (informazioni sulle controparti, specifiche sui prodotti finanziari, dettagli sull’emittente, valute e prezzi), i retail payments e le attività creditizie ai consumatori. In questi ambiti, le soluzioni di blockchain apporteranno innegabili vantaggi che spaziano dal risparmio nei tempi e nei costi al contenimento dei rischi di frode, dalla diminuzione degli errori all’integrità delle informazioni sino a una migliore conoscenza della clientela.

E per quanto riguarda i modelli abilitabili dalla nuova piattaforma?

Le banche più innovatrici si concentrano su tre aree. La prima è il trade finance il cui valore, globalmente stimato in 6-8 trilioni di dollari, è preda di una soffocante complessità. La seconda identifica il credito alle imprese, parte delle quali ancora escluse dal circuito, minacciato dall’avanzare del modello del prestito peer-to-peer. La terza, infine è ancora quella del ‘reference data’ da cui può venire la creazione di una nuova generazione di servizi finanziari come quelli, per esempio, legati alle identità dei consumatori. Non è sorprendente quindi se le competenze e gli strumenti di IBM per la blockchain risultano oggi messe a disposizione di realtà come HSBC e Bank of America, Abn Amro, Ubs, Bank of Tokio-Mitsubishi UFJ, Crédit Mutuel Arkea, Bank of China, DTTC e altri.

Oggi IBM mette a disposizione del mercato una Blockchain Platform che rappresenta uno strumento integrato e pronto all’uso, per ogni tipo di organizzazione.

È uno dei nostri punti di forza. Con la piattaforma, che è disponibile via Cloud, apriamo le porte alla sperimentazioni dei progetti dei clienti, proponendo l'attivazione, la governance e l’operatività di business network con diversi attori, anche di diverse industrie che operano sulla stessa rete. Le supply chain di qualunque tipo sono un esempio tipico. Non è un caso che, a mostrare interesse, siano in primo luogo i consorzi tra aziende. A giugno di quest’anno, il Digital Trade Consortium tra sette banche europee - inclusa Unicredit - hanno scelto di creare e ospitare una nuova piattaforma di trade finance sulla nostra blockchain. La finalità, qui, è semplificare e agevolare il commercio nazionale e internazionale delle piccole e medie imprese, contribuendo nel contempo a incrementare la trasparenza delle transazioni. A seguire la stessa strada è stata B3i, Blockchain Insurance Industry Initiative che, avviata a ottobre 2016, conta oggi 15 adesioni tra gruppi assicurativi di livello globale, compresa Generali.

Poi, ultimo in ordine di tempo, è arrivato il London Stock Exchange di cui Borsa Italiana è parte.

Esatto. In luglio, LSE ha annunciato una collaborazione con IBM dedicata, su scala europea, alle piccole e medie imprese. Queste hanno un crescente bisogno di costruire relazioni d’investimento su scala più ampia di quella normalmente affrontata. Grazie alla blockchain, avranno presto modo di sviluppare proprie modalità di negoziazione, di aumentare la trasparenza e di espandere l’accesso al credito condividendo i propri dati finanziari in modo sicuro. Il progetto del London Stock Exchange e di Borsa Italiana è straordinario per portata e implicazioni e noi, anche qui, siamo fieri di essere stati scelti come partner.

Abbiamo parlato di supply chain alimentare, di banche e assicurazioni, di startup. Quali sviluppi possono esserci per la sanità e, più in generale, per il settore pubblico?

Sono entrambe aree che ricaveranno grandi benefici. Porto un esempio. A inizio 2017, IBM Watson Health e la Food and Drug Administration hanno annunciato un’iniziativa di ricerca congiunta per esplorare lo scambio di dati ricorrendo alla tecnologia blockchain. Le informazioni, ricavate da fonti diverse – device mobili, oggetti indossabili e lo stesso Internet of Things – hanno a che fare con cartelle cliniche elettroniche, test clinici, dati sulla genomica. Si partirà con l’oncologia e tutti sappiamo di quanto ce n’è bisogno. Se prendiamo il settore pubblico, quasi superfluo ricordare le criticità cui sono soggetti tanti sistemi da cui dipendono sia la sicurezza e la privacy dei cittadini, sia una più efficiente interazione con il tessuto economico. Ogni iniziativa, in questo senso, non potrà che riverberarsi positivamente sulla competitività di ogni Paese. Compreso il nostro.

29 agosto 2017

Alessandro Ferrari, External Relations and Executive Communications leader

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